Carbon footprint: cos’è e perché è importante per aziende ed organizzazioni misurarla e comunicarla

Se è vero che oggi i temi ESG, ovvero le caratteristiche Environment, Social e Governance insite in ogni tipo di business, sono sempre più in alto nelle priorità nelle agende dei board delle maggiori organizzazioni, la carbon footprint è sicuramente tra le più importanti tematiche nel campo della sostenibilità.

Se è vero che oggi i temi ESG, ovvero le caratteristiche Environment, Social e Governance insite in ogni tipo di business, sono sempre più in alto nelle priorità nelle agende dei board delle maggiori organizzazioni, la carbon footprint è sicuramente tra le più importanti tematiche nel campo della sostenibilità.

E’, infatti, la componente più visibile e impattante dell’operato aziendale, in quanto definita come “impronta” o “traccia” che l’azienda stessa rilascia sull’ambiente in termini di inquinamento ed emissioni, mentre svolge le proprie attività di business.

Perché è importante comunicare la propria impronta di CO2?

Un’impronta che coinvolge il tessuto industriale ed economico e l’ambiente circostante in modo massivo, considerando che si stima che in ogni attività di business, il 90% delle emissioni proviene dalla catena di fornitura, che diviene sempre più importante coinvolgere, creando il commitment necessario per misurare e monitorare le performance ESG di tutta la filiera.

Da qui l’urgenza di misurarla e comunicarla all’esterno, per via anche delle decisioni prese a livello Europeo e mondiale, in termini di riduzione delle emissioni e di abbassamento della soglia di innalzamento climatico, come stabilito dagli Accordi di Parigi e perseguiti dall’Agenda 2030 e 2050 dell’ONU.

Partendo da ciò che ha stabilito l’EBA nella definizione della carbon footprint, essa va misurata e monitorata tramite le emissioni GHG rilasciate dall’azienda ed espresse con l’unità di misura in CO2, dove GHG sta per Greenhouse Gases e indica tutti i gas capaci di intrappolare il calore nell’atmosfera, dando vita al fenomeno “effetto serra”. Esse rappresentano un rischio prioritario dei fattori ESG: infatti le emissioni GHG sono riconosciute come un “rischio ESG impattante sull’ambiente inside-out, dove appunto l’attività di business ha dei risvolti sull’ambiente circostante e necessita quindi di essere monitorata nella gestione del rischio e nel controllo prudenziale”.

Questo vuol dire che le emissioni rientrano nell’ottica della doppia materialità, stabiliti da standards riconosciuti a livello mondiale, quali “Accountability Principles Standards” e nello specifico GRI 101 (del Global initiative report”, “Principio della materialità”) e dalle linee guida EFRAG, dove viene introdotto il concetto di doppia materialità.

Quest’ultimo, perfettamente coincidente con il rischio inside-out delle emissioni prevede che, in ottica dinamica vengano misurati e rendicontati due aspetti all’interno delle aziende: uno inerente la valutazione e rendicontazione  del business aziendale e che trova il suo perimetro entro i principi contabili di bilancio, l’altro in un’ottica di simbiosi reciproca e dinamica con l’ambiente e il tessuto sociale ed economico coinvolto nelle proprie attività aziendali, prevedendo integrazioni ad hoc tramite indicatori sui rischi ESG, per quanto riguarda la rendicontazione non finanziaria.

Per rendere traducibile il framework normativo di riferimento a livello europeo e mondiale, ciò vuol dire: quanto l’azienda con le attività svolte può andare ad impattare negativamente o positivamente l’ecosistema circostante a livello ambientale e con conseguenti ripercussioni economiche e sociali, altrettanto il territorio in cui si sviluppa il business può danneggiarlo, se non intraprese le giuste misure e accorgimenti.

Da qui l’esigenza di una definizione e misurazione di cosa può influenzare sia l’azienda che il territorio in ottica dinamica e di misurazioni quali-quantitative da aggiungere alle valutazioni economico-finanziarie.

 

Come si calcola la carbon footprint

Per inquadrare normativamente tale rendicontazione della carboon footprint, la prima definizione di emissioni e di cosa sono i cosiddetti “gas serra”, viene data nel “Protocollo di Kyoto”, nel 1997: viene in questa sede, per la prima volta, stabilito quali sono i principali gas emessi dalle attività umane con un effetto climalterante, quali biossido di carbonio, metano, protossido di azoto e gas fluoranti (idrocarburi, perfluocarburi, esafluoro di zolfo e trifluorato di azoto).

Tali gas serra si misurano in base a due principali aspetti che impattano sul riscaldamento globale: il loro forzante radiativo (energia entrante ed uscente dal sistema Terra-atmosfera) misurato in GWP (Global Warming Potential) e il loro tempo di permanenza nell’atmosfera, che varia a seconda dei gas serra.

Nell’ottica di rendicontazione finanziaria, prevista dalla Tassonomia Ue e misurata a livello mondiale dal GHG Protocol, le emissioni sono classificate come inquinanti ambientali secondo tre categorie distinte: Scope 1, Scope 2 e Scope 3.

Ognuno di questi ambiti presenta sfide uniche per la misurazione e la rendicontazione del rispettivo impatto, infatti:

  • Le emissioni dello Scope 1, emissioni cosiddette “dirette”, possono essere direttamente legate alle attività di un'azienda. Ad esempio, le emissioni delle automobili e le emissioni di qualsiasi impianto di produzione o struttura operativa.
  • Le emissioni dello Scope 2, “emissioni indirette” sono classificate come qualsiasi consumo di energia che fa parte della produzione di qualsiasi prodotto o servizio.
  • Le emissioni dello Scope 3, come le Scope 2 anch’esse “indirette”, risultano le più difficili da individuare, non rientrando nelle due precedenti classi e ricoprendo le attività dell'intero ciclo di vita del prodotto a valle, dai viaggi di lavoro, alla logistica della catena di approvvigionamento, fino ai rifiuti a fine vita di qualsiasi prodotto.

Varie sono le metriche e i modelli realizzati finora, per stimare a livello aziendale le classi di emissioni, e quindi la carbon footprint del business: I più utilizzati sono:

  • lo Science Based Targets, che misura le emissioni per investimenti e finanziamenti contratti, indicando la traiettoria per essere in linea con l’agenda 2030 (meno 1,5 ° innalzamento climatico);
  • il metodo delle “Financed Emissions”, che stima la quantità di gas serra di cui un istituto finanziario è responsabile tramite i suoi investimenti, attraverso una precisa scala di “attribution factor” stabilita su settori di attività di aziende quotate e non.

 

Come ridurre la propria impronta di carbonio?

Allo stato attuale, di certo si può dire che i dati e i modelli di misurazione, con le connesse tecnologie, esistono per apportare cambiamenti reali e misurabili in ottica di transizione economica e sostenibile, che partendo dalla considerazione a livello di governance della carbon footprint, possa tradursi in una pianificazione proattiva della sostenibilità e nella sua misurazione, rendicontazione e comunicazione.

Si può fare la differenza in molti e differenti modi ma, quale che sia il percorso o la traiettoria scelta e ovunque porti, è necessario far sì che “l’impronta” delle aziende si coniughi con l’economia sostenibile, per rendere le aziende più trasparenti e pulite a livello di impatto ambientale, di governance e leadership, spianando la strada e condizionando in maniera positiva il rischio “inside-out” ambientale, costruendo così un’economia più equa e uno sviluppo pienamente sostenibile nel tessuto economico e sociale.

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